Silenzio, sto leggendo

 

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“Ho scoperto prestissimo che i migliori compagni di viaggio sono i libri: parlano quando si ha bisogno, tacciono quando si vuole silenzio. Fanno compagnia senza essere invadenti. Danno moltissimo, senza chiedere nulla”

Tiziano Terzani, i libri, il tempo e la guerra.

“Ci sono giorni nella vita in cui non succede niente, giorni che passano senza nulla da ricordare, senza lasciare una traccia, quasi non fossero vissuti. A pensarci bene, i più sono giorni così e, solo quando il numero di quelli che ci restano si fa chiaramente più limitato, capita di chiedersi come sia stato possibile lasciarne passare, distrattamente, tantissimi. Ma siamo fatti così…solo dopo si apprezza il prima e solo quando qualcosa è nel passato ci si rende meglio conto di come sarebbe averlo nel presente. Ma non c’è più”.

Tiziano Terzani  – Lettere contro la Guerra  (2002)

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Happy Easter!

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from @anna75maz  –

“Era amore,  si disse,  fingendo di spostare la tela, distillato e filtrato; amore che non cercava mai di afferrare il suo oggetto; ma come l’amore che i matematici portano alle formule, o i poeti alle loro frasi, era destinato a diffondersi su tutto il mondo e a diventare parte della ricchezza umana. Era davvero così.  Il mondo lo avrebbe senz’altro condiviso…” Gita al faro – Virginia Woolf

Un lunghissimo week end con la Pasqua intorno e una raccolta di romanzi e  racconti della Woolf di cui godere. La mia personale ‘isola di pasqua’ è tutta qui. Tra le cose e le persone che amo.

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Serendipità. Esiste?

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Un mercatino, un libro. Una dedica

Natale 1983

Sergio regala a “For You” L’educazione sentimentale di Flaubert, senza averlo mai letto.

Chiude la dedica con un “Ti Amo”

Augusta 2017

Valeria ha acquistato Flaubert in un mercatino, in una bancarella tra la frutta e la verdura.

Questo libro l’ha chiamata e lei lo ha portato con sé a casa.

Trovando la dedica, Valeria si incuriosisce e lancia una ricerca online.

Missione: trovare Sergio.

#CercandoSergio

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Lei/lui avrà in tutto questo tempo: perso, venduto, gettato il libro, e probabilmente anche abbandonato Sergio.

Passi per il fidanzato, ma come si fa a smarrire o gettare un libro???

Io, che leggo da quando ho imparato a farlo, e ho iniziato leggendo le insegne luminose dei negozi, che correvano lungo il percorso dell’auto dei miei genitori e non ho più smesso.

Io, che se non leggo sto male e quindi leggo sempre. Non posso pensare che qualcuno maltratti i libri.

A questa abitudine costruttiva ho aggiunto il piacere di scrivere. Scrivo poesie, racconti, sogni, liste della spesa che puntualmente dimentico a casa, e infinite liste di ‘cose da fare’ nel mio quotidiano, solo per poterle sovvertire e stravolgere ogni giorno.

Ho cacciato la signora delle pulizie perché avrebbe voluto gettare i libri già letti, che non trovavano posto nella libreria. Oggi ho una colf che compra i quotidiani, solo per foderare il top degli armadi e ripararli dalla polvere! Se non legge, quantomeno sostiene l’editoria pulendo! La cultura è qualcosa che ti permette di raggiungere qualcos’altro, non si può sottovalutare il potere della conoscenza.

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Leggere fa bene.

Conoscenza, consapevolezza, libertà, meno polvere e ragnatele, forse anche quelle che stanno nel cervello.

Ma torniamo a Sergio. Se lo avessi di fronte gli chiederei:

“Perché hai regalato un libro senza averlo mai letto? Scrivi che volente o nolente lei/lui avrà comunque a che fare con autori francesi, ma non ti sei posto il dubbio che magari la lettura del libro potesse creare disagio, fastidio, sofferenza? Un libro è qualcosa di talmente intimo, che come un profumo, non può essere scelto a caso. A scatola chiusa. Tranne che sia il lettore stesso ad imporsi un tale effetto sorpresa.”

Era Natale quando un’amica, mi regalò un libro, ricordo che non mi piacque, e che la lettura mi fece stare male per giorni, in quanto toccava il tasto dei ricordi, riportando alla memoria episodi, che avrei voluto cancellare per sempre. Per un periodo arrivai a pensare che quel libro era stato uno scherzo di cattivo gusto, scelto forse nell’intento di ferirmi. Pura cattiveria. In seguito minimizzai pensando ad un acquisto fatto con superficialità. Ancora oggi non so cosa sia peggio: la cattiveria o la superficialità.

Adesso #CercandoSergio, e trovarlo servirebbe a conoscere l’identità del destinatario della dedica.

Io intervisterei lei/lui e gli chiederei: “Anche tu, hai avuto l’impressione, che Sergio abbia riciclato un libro che aveva ricevuto a sua volta in regalo?”

Magari è stata proprio quella Carla, la collega di Lingue, quella che condivideva con lui le lezioni di francese. E invitandolo a studiare insieme, gli ha regalato “L’educazione sentimentale”, anche se avrebbe fatto meglio a regalargli un libro di anatomia o un manuale di Kamasutra. Lei era piuttosto audace, e lui decisamente impedito, sembrava che si dovesse ‘imboccarlo col cucchiaino’, aiutarlo a capire ciò che a tutti era evidente. O almeno questo era ciò che mostrava, tra lo sfigato e il bohemien (questa è l’immagine che mi sono costruita di lui, poi chissà…)

E  poi vorrei chiedere a Sergio:

“ma che dedica è questa?!? Dov’è la passione, e il romanticismo?”

E già lo immagino lì. Ancora con quell’aria da falso bohemien, di quello che della Francia in realtà amava solo le parigine, le donne parigine. Quelle con quel nasino da snob, che sniffano parfum tutto il giorno, perché dalla fabbrica di Grasse si diffondono per tutta la Francia, metropolitana inclusa.

Le donne che si vestono, escono la mattina e rientrano la sera tardi, sempre con gli stessi capi, ‘sbucciate’ strato dopo strato, dai vestiti, come dalla pesantezza degli oneri del giorno, dalle nuvole di pensieri e dai baci rubati ieri.

Lì Sergio ammetterebbe:

S.: – “Io avrei voluto, ma non ho trovato. Flaubert parlava di uno sfigato: Frédéric, sembra che se la sia spassata, ma in realtà è rimasto solo, a scartare disillusione, e a bere per ricordare. Ricordare i bei tempi, quelli in cui lui ci credeva. Credeva all’amore…”

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Vuoi dirmi che il destino di Frédéric somiglia al tuo?

S.: – “Ho acquistato il libro credendo di trovare qualche suggerimento importante sul modo di condurre la vita e il sentimento, ma dopo aver letto che lo stesso Flaubert lo definì ‘poco divertente’, ho smesso di leggerlo, aveva ragione. Si tratta di una raccolta di belle frasi ad effetto, di quelle che, o lei cede alla tentazione, o decide radicalmente di farsi monaca. Quello era il periodo ‘confuso’ non sapevo cosa fare. Un giorno mi piaceva Carla, un altro Giovanna e poi c’era Claudio, il nostro rapporto era fantastico, ma strano.”

 

 Solitamente in una dedica si scrive il nome del destinatario, A Carla, A Giovanna, A Claudio, e se non si vuol venire scoperti da occhi indiscreti si omette la firma, si usa uno pseudonimo, un vezzeggiativo, un’icona stilizzata, qualunque cosa possa identificarti ai soli occhi dell’interessato.

Sergio devo dirtelo: mi sembri un narcisista confuso. Uno di quelli che non sa a chi regalerà questo libro e nel dubbio usa “For You”. Scaltro stratagemma, devo ammetterlo.

A questo punto cosa hai fatto: hai lanciato in aria una monetina e hai fatto scegliere al caso?

S.: – “No. Come fai in fretta, tu, a sputare sentenze! L’ho regalato a una collega di cui non conoscevo il nome. Ci lanciavamo sguardi a lezione, durante Storia della letteratura francese, ma lei fuggiva tutte le volte che tentavo di raggiungerla e parlarle. Così un giorno le lasciai il libro di Flaubert, sul posto che solitamente occupava, sperando che trovandolo si persuadesse a fermarsi per conoscerci. Ma non è stato così. Non venne più a lezione, poi dopo qualche mese seppi, che aveva lasciato gli studi, ma nessuno sapeva come si chiamasse e dove trovarla. Non l’ho più rivista.”

Ti piacerebbe ritrovarla, oggi?

S.: – “No. Oggi sono felice così. C’è un tempo per ogni cosa.

Oggi preferisco il ricordo, all’abbaglio di un illusione.”

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Tante volte cerchiamo di scavare nell’animo altrui, per la curiosità di sapere, conoscere come sarebbe stato se, se solo il destino di quelle persone avesse girato per il verso giusto, o per il verso sbagliato, chissà. Quante volte da piccola riflettevo sulla opportunità di scegliere il finale di una storia. Scelta A o scelta B? Le conseguenze? Cercavano sempre di responsabilizzarmi i miei genitori. Non c’era azione che non richiedesse una valutazione preventiva delle conseguenze, dei rischi e pericoli che avrei corso, tanto che pensavo da grande sarei divenuta un perito assicurativo o qualcosa di simile, dopo tanto valutare le percentuali di rischio! Ancora oggi quando non riesco a decidermi su quale via imboccare al bivio della vita, prendo carta e penna e dividendo in due la pagina, valuto pro e contro di una scelta, e/o di una non scelta.

Dovremmo sempre valutare insieme ai rischi che comporta una scelta, il rischio che ne conseguirebbe a non scegliere affatto, e a restare inermi in attesa che, accada qualcosa, o che qualcuno operi una scelta al posto nostro.

Calcolare, valutare, riflettere, decidere, sono azioni che implicano l’intervento della ragione, dell’intelletto, del freddo calcolo della mente. Ma quando si tratta di sentimenti come bisogna comportarsi?…

Quando desideri ardentemente qualcosa tutto l’universo cospira con te, affinché accada.

Questo dialogo semiserio è totalmente frutto della mia immaginazione, l’intento è puramente ludico, non vuole recare offesa a nessuno dei soggetti direttamente o indirettamente coinvolti.

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P.s.: è più facile che vi presti il fidanzato, che un mio libro.

Fossi in voi, nel dubbio, non chiederei né l’uno né l’altro.

Sono gelosa!

(To be continued)

L’educazione sentimentale

E’ la storia di Frédéric Moreau, da quando studente liceale di 18 anni, ha un coup de foudre, con la signora Arnoux, la moglie di un editore – speculatore dilettante, mentre si trova sul battello che lo riporta a casa a Nogent sur Marne.

Una passione che non sfocerà mai in un amplesso carnale, per via delle circostanze, e delle disposizioni mentali dei due.

Il romanzo definito da Gustave Flaubert stesso “peu amusant”, ha un registro espressivo grottesco triste,  nel bel mezzo dell’apice del sentimento, interrompe con dei richiami realistici, ridicolizzanti. Se la vita a volte sembra un romanzo, questo romanzo riflette perfettamente la vita vissuta senza un ordine preciso, senza alcun intreccio. Una raccolta di belle frasi sentimentali, senza alcun appiglio alla struttura stessa.

Tutta la narrazione è un susseguirsi di scene, slegate. L’autore non aiuta il lettore, la lettura si fa distratta, senza alcun trasporto per il romanzo, che scorre lento, di quella lentezza che è tipica delle pellicole francesi. E forse il suo successo è dovuto proprio a questo modo peculiare di ‘non romanzare’ la narrazione.

Un sottile senso di malinconia per la giovinezza che svanisce, per gli amori che si estinguono, per le disillusioni che si impadroniscono dell’io maturo, o solo appesantito dal trascorrere del tempo, pervade il romanzo.

L’esaltazione del codice romantico e l’immediata derisione dello stesso sono un continuo alternato, uno scetticismo che sfottendo il romantico, rilancia i moti del cuore. Un’abilità che solo chi osa sperare riesce ad avere: deridere ciò che si ama. L’amore.

E’ con l’amico di infanzia Deslauriers, che Frédéric trarrà “l’ultima lezione della loro educazione sentimentale” ricordando gli episodi giovanili di frequentazione dei bordelli: nulla vale i ricordi e le illusioni dell’adolescenza.

Puoi trovarlo qui

https://www.ibs.it/educazione-sentimentale-libro-gustave-flaubert/e/9788811360339

Guarda “Franco Battiato – L’ombra della luce” su YouTube

Insegnami ” a non sprecare il tempo che mi rimane” e a capire quando sarà brutto, per poterlo meglio attraversare.

Ascolto “L’ombra della luce”  di Franco Battiato, che oggi compie 72 anni. 

Nella giornata mondiale della meteorologia, si ritorna a discutere su come “capire le nubi”, i migliori  satelliti. 

Fuori c’è il sole. Io però mi sento ‘nuvolosa’. Si può dire? 

Di pianti, pericoli e polpette di patate!

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“La condizione umana è così ricca di dolori e gioie, che non si può affatto tenere il conto di ciò che una coppia di sposi debbano l’un l’altro. È un debito infinito, che può venir compensato solo con l’eternità. Alle volte può essere scomodo, lo credo bene, ed è  appunto giusto che sia così. Non siamo forse anche sposati con la nostra coscienza di cui spesso ci libereremmo volentieri, perchè è tanto più scomoda di quanto possano mai riuscirci molesti un marito o una moglie?” Goethe

Stamattina il risveglio è stato ancora più faticoso. Notte bianca. Magari fosse stata spesa per andare in giro per la città, tra i musei, specchiandosi per le vetrine dei negozi che superstiti sfidano la crisi. No.

Sono rimasta sveglia per via di Lorenzo. Ha piagnucolato tutta la notte e non riuscivamo a capire il perché.

Pulito il nasino, il pannolino. Poi goccine per il pancino, poi ruttino… interrompendo i suoi “mamm…mamma…maaa…” con ripetuti tentativi di dargli il ciuccio, addormentarlo passeggiando, il tutto con la collaborazione di un papà speciale: il mio partner collaborativo, per fortuna!

Sono stanca. E l’ho capito ancora di più quando mi sono resa conto di aver commesso un errore. Una mancanza.

Ci siamo. Anch’io sono umana. E qualche volta piango. Il pianto è catartico. Del resto apri i rubinetti per pulire qualcosa sotto il getto, e io piango anche per lavarmi l’anima, non solo davanti alle scene commoventi e alle cipolle.

Piango per cercare di lavar via gli errori. I miei limiti. Le macchie più ostinate sulla coscienza.

C’era una sola cosa a cui non ho riflettuto stanotte, e per questo tre soggetti non hanno dormito.

Il bambino aveva fame!

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Tale e quale a sua madre, ha sempre fame, e non ha smesso di mangiare alle tre di notte, neanche adesso che sta per compiere un anno!

Era intuibile, ma ero troppo stanca.

A nessuno piace fallire.

Per questo proliferano i sensi di colpa e di inadeguatezza, me ne vergogno un po’.

Adesso analizzando questa defaillance, posso dire che a parte il sonno e lo stress, non è successo nulla.

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Mio figlio cresce bene, è accudito, nutrito, allegro, giocherellone. Osservo i suoi progressi con meraviglia e mi nutro della gioia che mi regala.

Eppure per una mamma è facilissimo entrare in paranoia. Già perché non c’è peggio di essere coscienti di commettere un errore sull’altro!

Sento di aver ‘fallito’ e mi sento pure in colpa di essere umana, di avere dei limiti di resistenza.

Predico bene e razzolo male!

Io che ho sempre incoraggiato le amiche, le altre mamme, non sono utile a incoraggiare me stessa.

Mi sento sprofondare nel tunnel che lo stesso tubero scava per farsi spazio nella terra, appigliandosi alle radici. Adesso non fate ambigui paragoni con il tubero più famoso, per favore.

 

Perché mi sento una patata lessa, ridotta a purè e fritta. Una crocchetta. Dalla scorza croccante e morbida dentro.

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Per fortuna c’è sempre l’abbraccio dell’uomo che ho accanto. Il suo abbraccio è la mia terapia.

 

L’ho capito subito al primo appuntamento. Non ci siamo baciati. Mi ha chiesto di abbracciarci e mentre lo faceva mi diceva:

“tu non desideri avere un abbraccio dove rifugiarti? Un abbraccio da poter chiamare casa?”

A quell’appuntamento ho capito che avevo di fronte il pericolo.

Il pericolo di ricadere vittima dei miei desideri.

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Sì, perché tutte le donne vogliono credere di aver incontrato l’uomo giusto, quello che ti fa perdere la testa, che non ti fa capire più nulla, se sei sveglia o stai sognando. Se è tutto vero, o te lo sei inventato per la necessità di sopravvivere alla solitudine. Eppure capii, che io quel pericolo volevo correrlo e non mi importava più se correndo mi fossi sbucciata un ginocchio, il cuore o fratturata l’anima.

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Non mi importava nient’altro che stare insieme. Insieme.

Per avere quell’abbraccio che i gallesi chiamano “cwtch” una parola impronunciabile ma che definisce il gesto.

La stretta forte di due braccia che ti amano e che ti fanno sentire al sicuro. 

Come a casa. L’abbraccio dell’amore.

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Felicità

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“La felicità è un’opera d’arte.

È un cuore che batte,

una voce che trema,

una persona che ama.

 

È  un sorriso diverso,

un pianto commosso,

una risata convulsa.

 

È la mattina col sole,

la sera che piove,

la fatica e il riposo.

 

È il sogno confuso

il risveglio col muso

un fiore reciso.

 

È una mano che sfiora,

un bacio che vola,

è  la primavera,

ancora!”

 

Anna Agata Mazzeo

 

 

Marzo: Ti fidi di me?

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E’ facile amare qualcun altro, ma amare ciò che sei, quella cosa che coincide con te, è esattamente come stringere a sé un ferro incandescente: ti brucia dentro, ed è un vero supplizio. Perciò amare in primo luogo qualcun altro è immancabilmente una fuga da tutti noi sperata, e goduta, quando ne siamo capaci. Ma alla fine i nodi verranno sempre al pettine: non puoi fuggire da te stesso per sempre, devi fare ritorno, ripresentarti per quell’esperimento, sapere se sei realmente in grado d’amare. E’ questa la domanda – sei capace d’amare te stesso?

Carl Gustav Jung

Sbuccio un mandarino, il primo che mangio dopo un inverno, forse sarà anche l’ultimo, per quest’anno. Mi ricordo quanti ne mangiavo da bambina. Facevamo a gara a chi ne aveva mangiati di più. La buccia si toglieva senza alcuna fatica, quasi restava integra mentre spicchio dopo spicchio ne mangiavo 3, 6, ma anche 10. Il succo fresco e dolce era irresistibile, così solo dopo un mal di pancia mi accorgevo che forse ne avevo mangiati troppi, forse i mandarini mi avevano fatto male.

Che poi mi chiedo ancora: come può una cosa buona farti male?

Credo che questa resti una delle domande esistenziali a cui non troverò risposta.

Mia nonna mi rispondeva: “ anche le cose buone se esageri ti fanno male”

Io non lo capivo e non la capirò forse mai. Resterà un mistero, come certe somme algebriche e problemi di geometria, che non ho mai capito e risolto.

A distanza di anni sono riuscita a sbucciare un mandarino, liberarlo dalla scorza e farlo sembrare ancora integro. Sembrare integri. Ecco come mi sento.

L’esterno integro e l’interno consumato. Forse anche nella forma somiglio alla scorza del mandarino: tonda e crepata.

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Febbraio è stato troppo faticoso. Tra stanchezza, baci, abbracci,  le gattonate insieme al mio piccolo, le incazzature per le notti in bianco e ancora gli articoli scritti per il giornale, mentre stavo appesa alle lancette e supplicavo inutilmente il tempo di non passare! Fortuna che è passato.

A febbraio ho trovato parecchie scuse per non mettermi a dieta: fa freddo, c’è san Valentino, i cioccolatini, carnevale, ho da fare e non posso star lì a pesare tutto… Sono una procrastinatrice seriale e speciale, nel senso che rinvio in continuazione e specialmente rinvio me stessa. Ogni giorno guardandomi allo specchio mi dico: “vediamo se oggi riesco a ritagliarmi un’oretta per occuparmi di me, facciamo che dopo il secondo caffè mi occupo di me”

Poi si fanno le 12, sono ancora in alto mare, c’è Lorenzo che reclama da mangiare, dunque mi rispondo:

“No, guardi ripassi un altro giorno, perché il Capo non c’è!”

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Non mento a me stessa.

Il Capo o ‘la capa’ non c’è. Non c’ho la testa, l’ho persa nella mole di cose da sbrigare!

Ad ogni modo il procrastinare ha sempre i giorni contati.

Prima o poi, arrivo a decidere di indossare la tutina da Wonder Woman e affrontare tutto.

Incluso il parrucchiere.

 “Dimmi cara, come li facciamo?”

Strani. Tanto diventeranno sempre strani, come quegli estranei che non sai come gestire. Pensa, che io farei come Claudia Gerini nel film Sono pazzo di Iris Blond.

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Io li taglierei da sola, così come viene, e comunque il taglio che ha lei nel film mi piace.

“Ho capito, ti faccio un taglio M’ama non m’ama…”

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…Guarda che San Valentino è passato. Trascorso bene, tra cuori, regali, fiori e cioccolatini!

“Lascia fare all’artista, fidati!”

Ecco una parola che la gente spreca più dell’acqua: fiducia.

 

Fidati!

Secondo me è l’invito più diffuso sulla faccia della terra. Quello che si dovrebbe declinare a prescindere, o quanto meno rinviare a data da definire.

Ma come si fa? Dopo tutte le badilate prese e quelle mai restituite?!

Ti fidi di me?

No, cioè Sì… Forse. Boh!

“Ricorda di non contraddire mai chi ha una forbice, un bisturi o un coltello dalla parte del manico”, mi sussurrava la saggezza.

Io che ho imparato a non fidarmi di me come faccio a fidarmi di un altro?

E il punto è proprio questo. Hai commesso un errore fondamentale: non credere in te stessa!

Chissà perché i parrucchieri, i migliori parrucchieri, ne sanno una più di Freud, secondo me invece di studiare “ segreti, acrobazie e pozioni magiche per capelli indomabili” divorano interi tomi e trattati di psicologia, altrimenti come si spiega il fatto che sembrino possedere doti da chiaroveggente?!

Ho sfoderato un brandello di coraggio, se non altro per dare un senso all’attesa e non perdere la faccia con mio figlio che aspettava paziente e curioso.

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E’ incredibile come tre figli e la routine risucchino tutta l’energia e qualunque barlume di ciò che eri prima. Come le notti insonni ti facciano dimenticare anche come ti chiami e chi sei. E’ incredibile presentarsi allo specchio e pretendere una risposta confortante quando le occhiaie arrivano alle pantofole.

Quando al mio: “… chi è la più bella del reame?”

Lo specchio fa scena muta e l’immagine riflessa sembra dirmi: chi sei tu? che vuoi da me?!  Ma vatti a fare una dormita, va!

Alla fine, non so se erano più lucidi i capelli o gli occhi. Luminosa e illuminata, lo specchio mi restituiva una me che mi piaceva. Ci siamo quasi. Quasi mi riconosco. Avevo dimenticato che il tempo per se stessi non va mai trascurato, perché di tutto l’amore di cui siamo in grado, quello per sé è il primo che va coltivato.

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Forse è tempo di seminare un po’ di fiducia, anche se marzo è pazzo. Crescerà insieme alle margherite, correrò il rischio di dover estirpare ortiche, di ridere con il sole e piangere sotto l’ombrello…

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“Tutta la varietà, tutta la delizia, tutta la bellezza della vita è composta d’ombra e di luce” Tolstoj

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