La tradizionale festa dei defunti raccontata dallo scrittore Andrea Camilleri

Fino al 1943, nella nottata che passava tra il primo e il due di novembre, ogni casa siciliana dove c’era un picciliddro si popolava di morti a lui familiari. Non fantasmi col linzòlo bianco e con lo scrùscio di catene, si badi bene, non quelli che fanno spavento, ma tali e quali si vedevano nelle fotografie esposte in salotto, consunti, il mezzo sorriso d’occasione stampato sulla faccia, il vestito buono stirato a regola d’arte, non facevano nessuna differenza coi vivi. Noi nicareddri, prima di andarci a coricare, mettevamo sotto il letto un cesto di vimini (la grandezza variava a seconda dei soldi che c’erano in famiglia) che nottetempo i cari morti avrebbero riempito di dolci e di regali che avremmo trovato il 2 mattina, al risveglio.
Eccitati, sudatizzi, faticavamo a pigliare sonno: volevamo vederli, i nostri morti, mentre con passo leggero venivano al letto, ci facevano una carezza, si calavano a pigliare il cesto. Dopo un sonno agitato ci svegliavamo all’alba per andare alla cerca. Perché i morti avevano voglia di giocare con noi, di darci spasso, e perciò il cesto non lo rimettevano dove l’avevano trovato, ma andavano a nasconderlo accuratamente, bisognava cercarlo casa casa. Mai più riproverò il batticuore della trovatura quando sopra un armadio o darrè una porta scoprivo il cesto stracolmo. I giocattoli erano trenini di latta, automobiline di legno, bambole di pezza, cubi di legno che formavano paesaggi. Avevo 8 anni quando nonno Giuseppe, lungamente supplicato nelle mie preghiere, mi portò dall’aldilà il mitico Meccano e per la felicità mi scoppiò qualche linea di febbre.
I dolci erano quelli rituali, detti “dei morti”: marzapane modellato e dipinto da sembrare frutta, “rami di meli” fatti di farina e miele, “mustazzola” di vino cotto e altre delizie come viscotti regina, tetù, carcagnette. Non mancava mai il “pupo di zucchero” che in genere raffigurava un bersagliere e con la tromba in bocca o una coloratissima ballerina in un passo di danza. A un certo momento della matinata, pettinati e col vestito in ordine, andavamo con la famiglia al camposanto a salutare e a ringraziare i morti. Per noi picciliddri era una festa, sciamavamo lungo i viottoli per incontrarci con gli amici, i compagni di scuola: “Che ti portarono quest’anno i morti?”. Domanda che non facemmo a Tatuzzo Prestìa, che aveva la nostra età precisa, quel 2 novembre quando lo vedemmo ritto e composto davanti alla tomba di suo padre, scomparso l’anno prima, mentre reggeva il manubrio di uno sparluccicante triciclo.
Insomma il 2 di novembre ricambiavamo la visita che i morti ci avevano fatto il giorno avanti: non era un rito, ma un’affettuosa consuetudine. Poi, nel 1943, con i soldati americani arrivò macari l’albero di Natale e lentamente, anno appresso anno, i morti persero la strada che li portava nelle case dove li aspettavano, felici e svegli fino allo spàsimo, i figli o i figli dei figli. Peccato. Avevamo perduto la possibilità di toccare con mano, materialmente, quel filo che lega la nostra storia personale a quella di chi ci aveva preceduto e “stampato”, come in questi ultimi anni ci hanno spiegato gli scienziati. Mentre oggi quel filo lo si può indovinare solo attraverso un microscopio fantascientifico. E così diventiamo più poveri: Montaigne ha scritto che la meditazione sulla morte è meditazione sulla libertà, perché chi ha appreso a morire ha disimparato a servire.

L’unico modo per non avere paura di tutto ciò che sta avvenendo, è sapere chi sei, senza bisogno di dirlo, di proclamarlo. Ma se sai chi sei, con le tue tradizioni, non perderai mai la tua identità”.

Noi siamo stati un popolo che ha subito ben tredici dominazioni. Forse la dominazione che avrebbe potuto riscattarci, in un certo senso, dal carattere, sarebbe stata quella francese. Ma le altre, la greca, la romana, l’araba e la spagnola, sono state dominazioni che avevano un acutissimo senso della morte ed un altissimo senso della ritualità connessa ad essa. Credo che però le tradizioni non si perdano del tutto. Non si trovano più i regali, i bambini non mettono più il cestino sotto il letto. Ciò non toglie che tutte le pasticcerie siciliane, per il 2 novembre, preparino quei dolci speciali che servivano una volta per il cestino dei bambini. Questo è un modo di conservare comunque la memoria delle tradizioni. Credo non possa esserci un popolo senza memoria delle proprie tradizioni. Le tradizioni si modificano ma è fondamentale continuare a conservarle, in qualche modo, perché in un’epoca come la nostra, che è un’epoca di mutamenti, l’unico modo per non avere paura di tutto ciò che sta avvenendo, è sapere chi sei, senza bisogno di dirlo, di proclamarlo. Ma se sai chi sei, con le tue tradizioni, non perderai mai la tua identità”.

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«Ma tu mi ami?» chiese Alice.
«No, non ti amo.» rispose il Bianconiglio.
Alice corrugò la fronte e iniziò a sfregarsi nervosamente le mani, come faceva sempre quando si sentiva ferita.
«Ecco, vedi? – disse il Bianconiglio – Ora ti starai chiedendo quale sia la tua colpa, perché non riesci a volerti almeno un po’ di bene, cosa ti renda così imperfetta, frammentata. Proprio per questo non posso amarti. Perché ci saranno dei giorni nei quali sarò stanco, adirato, con la testa tra le nuvole e ti ferirò. Ogni giorno accade di calpestare i sentimenti per noia, sbadataggine, incomprensione. Ma se non ti ami almeno un po’, se non crei una corazza di pura gioia intorno al tuo cuore, i miei deboli dardi si faranno letali e ti distruggeranno.
La prima volta che ti ho incontrata ho fatto un patto con me stesso: mi sarei impedito di amarti fino a che non avessi imparato tu per prima a sentirti preziosa per te stessa. Perciò, Alice no, non ti amo. Non posso farlo.»

«Ma tu mi ami?» chiese Alice. «No, non ti amo.» rispose il Bianconiglio. Alice corrugò la fronte e iniziò a sfregarsi nervosamente le mani, come faceva sempre quando si sentiva ferita. «Ecco, vedi? – disse il Bianconiglio – Ora ti starai chiedendo quale sia la tua colpa, perché non riesci a volerti almeno un po’ di bene, cosa ti renda così imperfetta, frammentata. Proprio per questo non posso amarti. Perché ci saranno dei giorni nei quali sarò stanco, adirato, con la testa tra le nuvole e ti ferirò. Ogni giorno accade di calpestare i sentimenti per noia, sbadataggine, incomprensione. Ma se non ti ami almeno un po’, se non crei una corazza di pura gioia intorno al tuo cuore, i miei deboli dardi si faranno letali e ti distruggeranno. La prima volta che ti ho incontrata ho fatto un patto con me stesso: mi sarei impedito di amarti fino a che non avessi imparato tu per prima a sentirti preziosa per te stessa. Perciò, Alice no, non ti amo. Non posso farlo.» #alicethroughthelookingglass #aliceinwonderland #cit #citazioni #citazione #frasibelle #frasivere #text #book #books #quoteoftheday #quote #autostima #masticolibri #goodmorning #breakfast #goodmorningworld #alice #whitebunny #teatime #acupoftea #teapots #planner #november #instabreakfast #picoftheday #happiness #love #pinkisgood #marshmallow

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Nessuno può volare – Simonetta Agnello Hornby

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“A mio avviso, se il meteo ha annunciato temporali è meglio portarsi un ombrello robusto anziché dispiacersi, prendersela con il meteo o rinunciare a uscire.”

“Nessuno può volare” è un libro a quattro mani, scritto da Simonetta Agnello Hornby e da suo figlio George, malato di sclerosi multipla primaria e progressiva, e per questo costretto a muoversi in carrozzella e a non avere molte speranze di cura, purtroppo, in quanto si tratta di una forma rara di sclerosi.
Leggendo saliamo sul treno dei ricordi, per un viaggio nel tempo con l’autrice, che vive a Londra dal 1972, che racconta della sua infanzia trascorsa in Sicilia tra Agrigento e Palermo, tra bambinaia claudicante e zie cleptomani.
Insieme a lei e a George compiamo un viaggio nello spazio, alla ricerca di bellezze artistiche, in un percorso ad ostacoli, fatto di barriere architettoniche che insistono ancora su tutto il territorio e che si alternano a gentilezze e scortesie distribuite dalla Sicilia fino a Londra.

“Tutti gli uccelli sanno volare, ma nessun essere umano ci è mai riuscito. Nessuno. Nessuno può volare.”

Ho avuto l’onore e il piacere, nonché modestamente la determinazione, visti i numerosi impegni dell’autrice, di poter intervistare Simonetta Agnello Hornby, scrittrice dal 2002, ma già avvocato di successo a Londra, nonché donna, madre di due figli, e nonna di quattro nipotini. Se dovessi scegliere una sola parola per descriverla sceglierei: “Energia”, contagiosa per di più!

“Come noi non possiamo volare, così George non avrebbe più potuto camminare: questo non gli avrebbe impedito di godersi la vita in altri modi… Nella vita c’è di più del volare, e forse anche del camminare. Lo avremmo trovato, quel di più.”

Dall’alto dei suoi quasi 73 anni, la celebre scrittrice non si lascia abbattere facilmente, la notizia della malattia del figlio George è stata agghiacciante, ma dopo un primo momento di dolore, si è rimboccata tenacemente le maniche, per risollevarsi e aiutare la sua famiglia.

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Scrivere è l’unica attività che riesce ad allontanare la sua ansia costante per il figlio.
Leggere che avrebbe volentieri rinunciato al talento e alla sua fama di scrittrice, pur di avere un figlio sano, riempie di tenerezza, e quasi, ci si commuove quando prova a trovare una causa scatenante in questo triste destino, che è toccato a una parte di sé, perché i figli non sono altro che una parte di noi, del nostro cuore.

“Sono sempre stato il tipo di persona che considera la vita una serie di sfide inevitabili, e credo che viverla bene dipenda proprio da come queste sfide vengono affrontate, evitando di fermarsi a recriminare sull’ingiustizia o sulle difficoltà; o, peggio ancora, di arrendersi.”

La lettura è scorrevole, ricca di aneddoti, alcuni dei quali divertenti, ma non cadete nell’errore di pregiudizio, non parla solo di disabilità e ostilità sociali, Simonetta scrive col cuore a tutte le persone che hanno il piacere di lasciarsi arricchire da esperienze e riflessioni, che nella vita non sono mai abbastanza.

Quasi in tutti i capitoli del libro possiamo leggere la parola “rispetto”, e se non compare nei caratteri tipografici, si può leggere comunque tra le righe.

Una scrittura semplice, in qualche pagina c’è traccia di inflessione dialettale, quelle ciliegine di parole in siciliano, che se fossero tradotte perderebbero di intensità.

“Per migliorare la vita dei disabili, e di noi abili, e vivere insieme, e fronteggiare le difficoltà – loro e nostre – dobbiamo anzitutto conoscerci e imparare ad accettarci. Buoni e cattivi, sani e malati, intelligenti e no.”

 

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La trama

Quando si nasce in una famiglia come quella di Simonetta Agnello Hornby, virgola si cresce con la consapevolezza che si è tutti normali, ma diversi, ognuno con le proprie caratteristiche, talvolta un po’ strane. E allora con naturalezza “di un cieco si diceva ‘non vede bene’, del claudicante ‘fa fatica a camminare’, dell’obeso ‘è pesante’, dell’invalido ‘gli manca una gamba’, dello sciocco ‘a volte non capisce’, del sordo ‘con lui bisogna parlare ad alta voce'” senza mai pensare che si trattasse di difetti o menomazioni.
Attraverso una serie di ritratti sapidi e affettuosi, facciamo così la conoscenza di Ninì, sordomuta, della bambinaia Giuliana, zooppa, del padre con una gamba malata, e della pizzuta zia Rosina, cleptomane – quando l’argenteria scompare dalla tavola, i parenti le si avvicinano di soppiatto per sfilarle le posate dalle tasche, piano piano, senza che se ne accorga, perché non si deve imbarazzare…
E poi naturalmente conosciamo George, il figlio maggiore di Simonetta. Non è facile accettare la malattia di un figlio, eppure è possibile, la chiave di volta risiede proprio in quel “nessuno può volare”…

“Nessuno può volare”

220 pagine

Edizioni Feltrinelli

16,50€

Day of the Girl, ovvero la Giornata Mondiale delle Bambine e delle ragazze

 

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Ho navigato poco su Facebook, ultimamente, ma non mi sono persa lo schermo fatto di bambine colorate, anche il tuo schermo ha distribuito sorrisi? Tranquillizzati, non abbiamo le allucinazioni, è che su Facebook si è “festeggiata” la Giornata Mondiale delle Bambine e delle Ragazze: le straordinarie leader del futuro.
Con l’hashtag memorabile – #DayOfTheGirl – si identifica una campagna voluta dall’Onu, e oggi Facebook, ha voluto celebrare così “Le ragazze di oggi, le leader di domani”.

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La Giornata Mondiale delle leader di domani nasce nel 2012

Dal 2012 l’Onu festeggia la Giornata Mondiale delle Bambine e delle Ragazze, ricorrenza fissata l’11 ottobre, istituita diversi anni fa per porre l’attenzione su uno dei temi più delicati di sempre: la discriminazione di genere.
Oggi questo fenomeno è conosciuto anche come “gender gap”, sto parlando di quel divario incolmabile tra uomini e donne, che si riscontra in qualsiasi contesto: sociale e lavorativo. Il problema riguarda diversi ambiti, a cominciare dall’educazione, ai matrimoni combinati, e alle violenze domestiche. Sul piano professionale anche quando due individui svolgono le stesse mansioni, ci sono spesso delle disparità di remunerazione, e sai perché? Perché uno dei due individui è donna.

Se mi fermo un attimo a pensare come sia cambiato il ruolo della donna, osservando le ultime tre generazioni, da mia nonna ultraottantenne a me neo quarantenne, ne sono cambiate di cose, per fortuna. Ma il percorso verso l’emancipazione e l’uguaglianza di genere è sempre in salita, per cui dobbiamo lottare ancora insieme per abbattere tanti stereotipi, ahimè duri a morire, e tante paure che ci bloccano, come zavorre, impedendo di far decollare le nostre vite.

Ma da cosa è scaturita questa ricorrenza?
Nel 2011 un tema importantissimo ispirò questa campagna.

Il dramma delle spose bambine

Circa 15 milioni di piccole “donne”, bambine che tra gli 11 e i 18 anni, sono costrette a sposare uomini che hanno più del doppio della loro età, e costrette ad accettare ogni condizione, anche di violenza domestica. Da allora si cerca di informare e fare qualcosa di concreto per queste e per tutte le bambine del mondo, che saranno le donne di domani.
Su Change.org è attiva una petizione, per far riconoscere nel mondo il reato di pedofilia contro i minori, affinché le spose bambine, siano reati contro l’Umanità, che prevedano una condanna penale in ogni Paese o Nazione Mondiale, al fine di non tollerare più abusi, vendita e /o schiavitù di bambine, in ogni parte del mondo.

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Quest’anno il problema preso in considerazione da più associazioni è il divario di istruzione, l’appello di One è per la scuola negata, a 130 milioni di bambine.
Camminano per diverse ore a piedi prima di raggiungere la scuola, correndo ogni tipo di pericolo, sono senza libri di testo, e forse peggio, senza neppure un’insegnante.
E’ questa la condizione che si ripete ogni giorno per oltre 130 milioni di bambine. E’ l’istruzione negata che porta con sé la conseguenza inaccettabile di futuri spezzati costretti a infrangersi contro un muro che impedirà loro qualunque opportunità di emancipazione. Bambine costrette a permanere in una condizione di povertà, abusi e violenze.” – come riporta La 27 ora del Corriere della Sera

 

 

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Questa la fotografia che emerge dal rapporto di One, l’organizzazione internazionale fondata da Bono, che evidenzia come sia il continente africano a pagare il conto più salato.
Numerose le attività per la Giornata Mondiale delle bambine e delle ragazze proclamata dall’Onu per l’ 11 ottobre, realizzate in tutto il mondo.
A Parigi Plan International ha convocato per l’occasione 400 ragazze provenienti da diversi Paesi per un vertice caratterizzato da discussioni provocatorie sui diritti delle ragazze a cui hanno preso parte personaggi simbolo come Ingrid Nilsen, divenuta una delle più grandi YouTube influencer, dopo aver intervistato Barack Obama sull’uguaglianza di genere e la Tampon Tax, ma anche Mariane Pearl, giornalista e autrice di Chime for Change. Tra le ragazze coinvolte vi è stata Raby dalla Guinea, blogger e attivista dei diritti umani nel suo Paese: «Vorrei diventare una donna influente sui diritti dei bambini, in particolare, delle bambine – racconta Raby – in quanto credo di poter essere un esempio per mia sorella, mia cugina e le altre ragazze della mia comunità. La società può solo averne un beneficio se i diritti delle bambine e delle donne vengono rispettate perché le donne sono il volano della società, una volta istruite, rappresenteranno la prossima generazione. Sogno un mondo dove le ragazze e i ragazzi abbiano pieni diritti».
L’Italia dei social network si è colorata invece per tutta la giornata di arancione con la #OrangeRevolution lanciata dalla Ong Terre des Hommes

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postando sul proprio profilo Facebook, Twitter o Instagram un oggetto, uno slogan, una foto o un selfie dal colore arancione e usando gli hashtag #Indifesa #OrangeRevolution per aderire simbolicamente alla battaglia in favore dei diritti delle bambine contro i matrimoni precoci, lo sfruttamento lavorativo e la mancanza di istruzione.

Facebook e le donne

 

Sai chi è Sheryl Sandberg? No? Ti confesso, che prima di scrivere questo post, non lo sapevo neanche io, ma mi riprometto di saperne di più. Sheryl è il direttore operativo di Facebook, una delle 30 donne più influenti del mondo, nonché una delle più grandi imprenditrici nel campo della digital economy. Pare che il suo curriculum faccia invidia a chiunque. Nel 2007 incontrò Zuckerberg e nonostante la Sandberg fosse ‘corteggiata’ anche da Google, scelse di dare una svolta “social” alla sua carriera lavorando a fianco del fondatore del social network.

Sheryl si batte per la parità di genere da sempre, ed è autrice di “Facciamoci avanti – Le donne, il lavoro e la voglia di riuscire”, ha prestato la sua voce per una delle battaglie delle donne più importanti: quella della leadership femminile nel mondo del lavoro.
«Le donne sistematicamente sottostimano le loro capacità. Se mettete alla prova uomini e donne, e chiedete loro domande su criteri totalmente oggettivi come la media dei voti, gli uomini fanno errori, sovrastimando, e le donne sbagliano sottostimandola. Le donne non negoziano per se stesse sul lavoro», dice Sheryl Sandberg.
«… Molte di noi sono cresciute in un mondo in cui abbiamo avuto dei diritti civili di base e, incredibilmente, viviamo ancora in un mondo dove alcune donne ancora non li hanno».
Per questo vale la pena di festeggiare questa importante giornata sui social, ma è ancora più importante battersi per cambiare le cose. Ogni singolo giorno.

A.A.M.

 

Il bacio più breve della storia – Mathias Malzieu

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“Era piacevole sentire che le somigliavo, benché il suo specchio mi proiettasse l’immagine del mostro che ero diventato. Un tipo deluso fino al midollo, che in una scatola si trascinava dietro il cuore ridotto in mille pezzi, un puzzle ambulante che ogni giorno seminava le proprie tessere, accettando di perderle per sempre. Capita di scendere talmente sottoterra che perfino l’idea della felicità spaventa. Gli occhi del cuore si abituano all’oscurità e anche la luce più tenue si fa accecante. Non sapevo se ero capace di affrontare tutte queste paure. Ma sentivo spuntare in me una nuova forma di desiderio. La mescolanza delle nostre elettricità provocava uno strano cardiocircuito. Non era il legame più confortevole, eppure esisteva in tutta la sua forza.”

 

A giudicare dagli ultimi acquisti in fatto di libri ho la necessità di seppellirmi nel mondo delle favole. Da Prendiluna, a Il bacio più breve della storia, passando per La Gatta Cenerentola, seguo la mia autocura attraverso la lettura di mondi fatati. È il mio personale rimedio per affrontare il cambio di stagione, nel passaggio dall’estate verso l’autunno con la malinconia che prende il sopravvento. Così rallento, come di fronte a un dosso, e supero il tutto immersa fra le pagine fantastiche.
Il bacio più breve della storia appaga la sete di romanticismo a partire dall’immagine di copertina delicata: una candida figura femminile immersa in un cielo pastello, mentre volteggia tra un branco di pesci rossi.
Di lettura immediata infonde buonumore e offre al lettore una pausa di introspezione.
In un contesto colorato fatto di situazioni inverosimili portate all’esasperazione dalla fantasia, piovono scene come in un moderno paese delle meraviglie. Così il racconto di vita si tinge di fantasia e il non sense diventa poesia.

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Edizioni Feltrinelli

Collana: I Narratori
Genere: Narrativa contemporanea/romantico-fantastico
Pagine. 123
Prezzo: € 12,00

 

La trama
Parigi, una sera al Théâtre du Renard, l’orchestra suona “It’s Now or Never”. Una ragazza misteriosa e sfuggevole si aggira, lui la nota, cerca in ogni modo di avvicinarla e, quando ormai tutto sembra impossibile, si trovano faccia a faccia e si baciano. Un bacio minuscolo, il più breve mai registrato, e lei scompare. Invisibile, si allontana. Un mistero anche per un inventore come lui che, seppur di indole tendenzialmente depressa, è determinato a rivedere l’eterea e vulnerabile creatura che lo ha ammaliato. Inizia così una ricerca serrata in cui sarà affiancato da due bizzarri personaggi: un detective in pensione, che ha tutto l’aspetto di un orso polare, e il suo stravagante pappagallo. Le invenzioni si susseguono e qualcosa di molto goloso e originale aiuterà il protagonista nel suo scopo. Ormai è chiaro, fra i due è scoccata una scintilla, si è prodotto un cortocircuito. Ma in amore gli artifici non bastano, servono coraggio e temerarietà, doti che entrambi dovranno conquistare se vorranno trovarsi e abbandonarsi l’uno all’altra. Riusciranno i due a superare ostacoli e paure e a vivere il loro amore?

 

La mia recensione

Il bacio più breve della storia è una favola incentrata sui sentimenti, che prende spunto dall’impeto passionale per arrivare, attraverso una sorta di “Biopsia del Bacio”, a raccontare l’universo di sensazioni ed emozioni che si scatenano quando incontriamo una persona che ci piace.
Il protagonista del racconto, e con lui il lettore, partendo dal particolare-chiave intraprendono un percorso simbolico fresco e spontaneo, fatto di consapevolezza crescente, di suggestioni musicali che vanno dai gradini sonori ai versi orgasmici di un pappagallo registratore, di ricerca dei sapori con la biopsia del bacio invisibile e la sua riproduzione in cioccolatini.
Una lettura spensierata quella che ci offre Malzieu con Il bacio più breve della storia. Leggendo ci si perde sulla superficie di avvenimenti dall’aspetto surreale, su di una trama spigliata, ironica, visionaria di un’anima naif che narra in prima persona. Ma ci si può anche addentrare nei meandri del cuore del protagonista e dei suoi ragionamenti, e cogliere l’aspetto profondo di metafore e spunti di riflessione che parlano il linguaggio universale della natura umana, dei suoi desideri e delle sue illusioni.
Il dolce e l’amaro in una fiaba che, incentrata su personaggi all’apparenza buffi ed eclettici, in realtà tragicomici e molto plausibili, è pregna di significati che hanno risvolti di speranza ma anche di dramma e solitudine.

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L’amore e la sua celebrazione sono molto lontani dall’amplesso carnale, ma più vicini a una sensualità invisibile, solo immaginata, tradotta nell’anelito di un’unione profonda e attraverso un impercettibile, casto contatto fisico.
Per Mathias Malzieu solo il bacio mette a nudo totalmente le emozioni, solo due labbra che si fondono l’una con l’altra consentono l’intima connessione dei cuori, e offrono il coraggio di esporsi a tuttotondo e di far sì che la presenza dell’altro sia concreta e non invisibile.

“Nessuno ti obbliga a non avere più paura. Devi solo accettare di vivere con la tua angoscia e con la sua. Non devi fingere che non esistano (limiti), ma nemmeno farne una fissazione. Siamo tutti nella stessa barca, mi sembra. E credo proprio che sia il più bel problema del mondo.”

La leggerezza dello stile e della struttura a brevi capitoli si accompagnano a parole intrise di significato e di insegnamento: le iperboli curiose e accattivanti creano un microcosmo immaginario in cui un “inventore depresso” rievoca una donna, il suo profumo, il suo respiro attraverso “il ricordo di un attimo” condiviso, che cambierà il corso di più destini.
Il risultato lungamente atteso e pregustato, com’era prevedibile, non corrisponderà alla realtà, e metterà in discussione le convinzioni maturate nel protagonista; provocando incertezze e colpi di scena dai risvolti coinvolgenti fino a risolvere quell’equazione poetica chiamata Amore.

“A forza di essermi accesa e spenta con tanta intensità, credo che il mio corpo non sopporti più l’amore. Se rivivessi quella situazione, i miei polmoni si fulminerebbero come una lampadina.”

Il bacio più breve della storia è un libro da leggere tutto d’un fiato e lasciare sedimentare, per poi riprenderlo e assaporare un’amorcerotto, l’aforisma immediato, ingenuo e d’effetto, di cui esiste una raccolta nelle ultime pagine del libro.
Il romanzo alterna solidità e immaterialità, dimensione onirica e realtà, passione e tenerezza, leggiadria e complessità tematica, si potrà leggerlo tutto d’un fiato o centellinarlo come un passito, per concludere e addolcire le giornate sempre più frenetiche.

L’autore

Mathias Malzieu, musicista, cantante e scrittore francese, nasce a Montpellier il 16 aprile del 1974.
In Francia, Mathias Malzieu è conosciuto soprattutto per la sua carriera musicale, è infatti il front-man e cantante della band Dionysos, gruppo rock molto noto. La suacarriera di scrittore comincia invece nel 2003, quando raccoglie e pubblica con la casa editrice Pimientos una raccolta di racconti, dal titolo 38 mini westerns (avec des fantômes). Il suo primo romanzo lungo esce nel 2007, con il titolo La meccanica del cuore (La Mécanique du cœur), che viene tradotto e pubblicato in Italia nel 2012 dalla casa editrice Feltrinelli.

Autunno

È tornata la stagione delle tisane,
delle parole sussurrate,
delle mani che si scaldano di porcellane,
delle sciarpe intrecciate sulle spalle abbronzate.

La stagione delle luci accese sulle parole,
della musica che scalda il cuore,
delle giornate grigie e senza sale,
delle finestre chiuse contro il rumore.

La stagione dei fiori secchi,
degli ombrelli dimenticati,
delle pozzanghere con i tacchi,
dei capelli scompigliati.

La stagione lenta,
della pizza a casa,
della cioccolata calda,
dei film sotto le coperte.

La stagione delle foglie sparse,
delle gonne al vento,
delle calze spesse,
dei caffè al volo.

La stagione delle ripetizioni allo specchio,
delle castagne arrosto,
delle cuffie alle orecchie,
dei piedi nel mosto.

La stagione delle cose che iniziano
dei progetti che tardano
e dei sogni che non finiscono …Mai.
A.A.M.

La Gatta Cenerentola, ovvero la dimostrazione di come una scarpetta possa cambiarti la vita!

20170916_183504La gatta Cenerentola è una celebre fiaba di Giambattista Basile, inclusa nella raccolta postuma Lo cunto de li cunti (1634-1636).
È una delle redazioni più note della fiaba di Cenerentola, un racconto popolare tramandato sin dall’antichità in centinaia di versioni provenienti da diversi continenti.
La conferma di come una scarpetta possa cambiarti la vita! (Citazione di una shoes-addicted!)
La fiaba è la più antica versione di Cenerentola, da cui trassero poi ispirazione Charles Perrault e i fratelli Grimm.
La versione in lungometraggio animato di Cendrillon (Walt Disney 1950) è una variante decisamente più soft, romantica e censurata della versione di Basile. In quest’ultima l’eroina (di nome Zezolla) si macchia addirittura dell’omicidio della sua prima matrigna.
La giovane Zezolla, figlia di un principe, viene indotta dalla propria istitutrice a uccidere la matrigna, questa malvagiamente andrà a sostituire la prima matrigna, superandola anche in cattiveria, malgrado la bontà della figliastra.
Questa fiaba mette in risalto la malvagità (dell’istitutrice), l’invidia (dell’istitutrice e delle di lei sei figlie), l’ottusaggine (del principe padre di Zezolla) e ancora l’avidità (del messo di corte).
La fiaba contiene inoltre una interessante testimonianza della cucina napoletana del ‘600, e dimostra la diffusione, già all’epoca, di pastiera e casatiello, piatti tipici della cucina campana.

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In una contaminazione di cunti nati per il passatempo delle fanciulle (“Lo cunto de li cunti, ovvero lo trattenimiento de peccerille”) Basile miscela sapientemente i racconti di fiabe popolari realizzando un misto di Cenerentola, la Bella addormentata e il Gatto intelligente.
Il grande letterato Giambattista Basile (Giugliano in Campania 1566 – Giugliano in Campania 1632) era figlio di nobili, è proprio grazie al fatto di appartenere ad una famiglia di notabili benestanti, che poté dedicare la sua vita quasi interamente alla letteratura oltre a fare esperienze come soldato di ventura, cortigiano ed amministratore o governatore presso varie corti e feudi. L’ambiente, in cui venne a trovarsi, gli permise di frequentare la società letteraria “dell’Accademia degli Stravaganti”, fondata da Andrea Cornaro, col nome di “pigro”. Quando seguì la sorella Adriana, celebre cantante dell’epoca, alla corte dei Gonzaga in Mantova dove lo accolsero benevolmente, entrò a far parte dell’ “Accademia degli Oziosi”, qui venne nominato “gentiluomo di Corte” il 13 marzo 1613, e “cavaliere” il 6 aprile dello stesso anno ed ottenne la nomina a Conte Palatino.

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Le sue opere più famose sono scritte in lingua Napoletana si intitolano “Le Muse Napolitane” e “ Lo Cunto de li cunti ovvero lo trattenimiento de peccerille”, noto anche come il “Pentamerone”, chiamato così da un editore e non per scelta del Basile, seguendo l’ispirazione del Boccaccio nella raccolta di novelle del “Decamerone”, ma le storie narrate da Basile sono delle fiabe tratte dalla tradizione popolare che trasforma in prodotti letterari, con l’uso della lingua napoletana più colta di quella effettivamente parlata e con l’inserimento di annotazioni ironiche e commenti moralistici.
La scelta di scrivere in napoletano corrisponde alla tendenza propria dell’età barocca di sperimentare nuovi e più attuali modi espressivi, lingua sminuita solo con l’uso forzato del toscano.
Gianbattista morì a Giugliano, nel 1632, ed è qui sepolto nella chiesa di Santa Sofia, eppure Gian Alessio Abbattutis, anagramma col quale si firmava Giovan Battista Basile, morì senza la gioia di vedere la propria opera pubblicata e conosciuta. Fu solo dopo la sua morte, che la sorella diede alla stampa le sue opere.
Proprio in questi giorni è in uscita nelle sale cinematografiche un lungometraggio de La Gatta Cenerentola. Il film tra suggestioni classiche e postmoderne rilegge la favola ‘codificata’ nel XVII secolo da Giambattista Basile, ma di tradizione orale millenaria. il progetto attesissimo è rivolto a un pubblico di giovani e adulti, vi allego il Teaser del film, sono sicura che la curiosità ha contagiato anche voi!

A.A.M.

​Una famiglia diabolica

Foto e recensione di Anna Agata Mazzeo

 
Giallo a Sperlinga, un borgo di poche anime, al centro della Sicilia.
Nel nuovo thriller di Salvo toscano intitolato Una famiglia diabolica (Newton Compton) i parenti di zia Fifí giungono fino a qui per incassare la propria parte di eredità.

L’obiettivo comune a tutti è quello di sbrigare in fretta le poche pratiche e scappare lontano dai pettegolezzi, odi e rancori, che da sempre covano in questa famiglia  “diabolica” appunto.

La gran parte delle conversazioni che sentivo tra i miei conoscenti mi parevano vacue, inutili, uno spreco di fiato e di tempo. Tutto mi sembrava un copione stantìo di una vecchia farsa che si ripeteva da secoli.

Un omicidio però, costringe tutti alla convivenza forzata, ristretti in albergo per il tempo necessario alle indagini.

Tra la tensione di un omicida a piede libero, e i vecchi rancori, l’allegra famigliola non perde occasioni per sputare veleno, attizzando con nuove questioni i focolai, che solo la lontananza aveva tenuto a bada.

Gli affascinanti fratelli Corsaro, a Sperlinga, vestono ancora una volta, loro malgrado, i panni degli investigatori.

Avvocato uno, giornalista l’altro, Roberto e Fabrizio, come due facce della stessa medaglia, provano a far luce sulla triste e amara realtà.

Tra le menzogne di una famiglia “senza amore cristiano e misericordia” c’è persino lo spazio per una ‘scappatella’. Tra i sensi di colpa e l’influenza della zia Agatha (Christie) i due fratelli riescono ad assicurare il colpevole dell’omicidio alla giustizia. Un giallo ben strutturato, scorrevole, simpatico. Non mancano citazioni e scorci di film di tutto rispetto (Bud Spencer, Terence Hill) nonché di musica (Beatles).

Salvo Toscano si è dimostrato, ancora una volta, abile nel controllo sia dei personaggi, che della storia, e nel farlo sembra proprio si sia divertito. Un carisma, contagioso, con il quale dipinge la miseria umana, regalandoci una trama avvincente, che non disdegna perle di saggi principi, ormai sempre più rare.

Divertente, avvincente e persino commovente. Da leggere e rileggere per apprezzare la maestria dell’autore.

 

Salvo Toscano

Una famiglia diabolica

Newton Compton

282 pagine

€ 6.90

Le nostre anime di notte – Kent Haruf

La storia è semplice. Pulita. Non ci sono intrecci particolari. Il particolare di questo libro, forse è proprio questo.

Si legge tutto d’un fiato, quasi ti sembra di essere ospite a casa di parenti, un’ospite ad Holt, in Colorado.

Mi sentivo a disagio a lasciare in standby i protagonisti, sospendere la lettura per continuare a vivere la mia vita.

Non sapevo se e come sarebbero stati alla pagina successiva. Il testo emana un senso di pace misto all’urgenza di quei due vedovi anziani: lei,  Addie che convince Louis a dormire insieme di notte.

Addie dopo che il marito è morto trova le notti piene di pensieri e inquietudini e pensa che loro due potrebbero farsi compagnia. Lei cerca qualcuno con cui parlare, con cui confidarsi e sceglie Louis non perché le sia stato da sempre amico, ma proprio perché non lo conosce benissimo.

<<Sto parlando di attraversare la notte insieme. E di starsene al caldo nel letto, come buoni amici. Starsene a letto insieme, e tu ti fermi a dormire.

Le notti sono la cosa peggiore non trovi?>>

Louis le chiede che cosa penserà la gente che lo vedrà andare solo di notte da lei. Addie gli risponde che ha smesso di preoccuparsi della gente da un bel pezzo, che pensino quello che vogliono.

<<Ti ho lasciato senza parole? Non parlo di sesso.

Non facciamo niente, se ti riferisci a quello.

No, non mi riferivo a quello.

In ogni caso non lo facciamo.>>

Iniziano dunque lunghe serate all’insegna delle domande e dei racconti di una vita, i sussurri di quanto la gente esterna non avrebbe potuto sapere, dei dolori e dei periodi difficili.

Quando i due si stanno abituando a farsi compagnia compare Gene, il figlio di Addie, che comunica alla madre la separazione dalla moglie, che lo ha abbandonato, e dovendosi occupare del lavoro, sempre più precario, chiede alla madre di tenere Jamie, il nipotino di 6 anni per l’estate.

Ovviamente Addie non si tira indietro e cerca una soluzione per non smettere di vedere Louis. Decide di far incontrare Jamie e Louis, che diventano amici; Jamie li considera come nonni e Louis va a casa di Addie come d’accordo.

La fine dell’estate, la ricomparsa di Gene, che viene a riprendere Jamie segna un duro colpo nella coppia. Gene infatti, obbliga la madre a non vedere più Louis. Un ricatto vero e proprio, infatti se Addie non rispetta il patto, non vedrà più il nipotino.

Tra l’incudine e il martello, Addie deve scegliere quale amore tenere e quale lasciare, io,  vi lascio il gusto della suspense, perché la lettura merita.

L’amore tardivo, più platonico che fisico, tra Addie e Louis è commovente: si abituano notte dopo notte allo spazio che occupa il corpo dell’altro, senza mettersi fretta, liberi di interrompere il loro rapporto in qualsiasi momento. Con meraviglia si accorgono di stare davvero bene insieme, non nutrono quelle aspettative e gli obiettivi preimpostati dalla società, tipici dei giovani individui.

La saggezza della vecchiaia, dona al lettore un senso di accoglienza, pace, serenità. Questi due anziani vivono con calma e apprezzano giorno per giorno quello che la vita offre loro. La vita può essere condotta, adesso che è al tramonto, in modo molto dolce e tenero, con la persona giusta. Haruf dona a Addie e Louis un’ironia controllata, dettata dall’esperienza delle tante cose passate, con il giusto peso da dare a ogni cosa.

Il rapporto che Louis instaura con Jamie è quello di un nonno con un nipote, un nonno che aiuta il piccolo a traghettare  verso nuove ‘esperienze salvifiche’, visto che Jamie soffre per l’abbandono della madre. Via libera, dunque a passeggiate nei boschi, lavori nell’orto, partite di softball con la nonna, l’adozione di una cagnolina per tenergli compagnia durante la notte. Piccole cose che generano un mondo di legami, coraggio, affetto.

Le nostre anime di notte, mi ha portata a Holt, e a farmi sentire a tratti un pò Addie, un po’ Jamie, Gene, Louis. Un po’ egoista, altruista, fragile, audace, questo è altro, tutto nello spazio temporale di 166 pagine!
Titolo: Le nostre anime di notte

Autore: Kent Haruf, traduzione di Fabio Cremonesi

Editore: NN Editore

Numero di pagine: 166

Prezzo: 17,00 euro

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